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SEZIONE MUSICA E NUOVE TECNOLOGIE del conservatorio TARTINI di Trieste; prof. Paolo Pachini e Pietro Polotti
Schede a cura degli autori
Francesca Bergamasco
L’onda schiva, 2009, lavoro audio-visivo, 7′ 00″, musica di Fabrizio Fiore, con la collaborazione di Roberto Pertoldi per le riprese subacquee
È un viaggio introspettivo alla ricerca di una quiete che è risultato dell’abbandono del corpo all’acqua e nell’acqua. Bisogna immergersi per vedere la verità delle cose ed immergersi per ascoltarne l’ovattato silenzio di placenta. Bisogna saper aspettare distesi sulla superficie del mare per diventarne davvero parte. Poi il mare scompare e sparisce la linea di demarcazione del blu, e solo il corpo rimane, sospeso nell’acqua e immerso nell’aria. Scompare la linea di separazione tra la sagoma e il tutto, solo il corpo rimane, leggero perché vuoto, aggraziato perché quieto.
Annalisa Metus
Colorless green ideas sleep furiously, 2009, lavoro audio-visivo, 6′ 00″
Noam Chomsky inventa la frase “Colorless green ideas sleep furiously” nel 1957, anni di vivo dibattito sulla natura della grammatica inglese, per esemplificare come le parole, pur seguendo una struttura logica grammaticalmente valida, non concorrono a formare una frase di senso compiuto se violano il loro contesto semantico: gli aggettivi “verdi” e “incolori” – già in contraddizione – sono incompatibili con il sostantivo “idee”, così come l’avverbio “furiosamente” con l’azione “dormire”, pertanto la frase non ha senso. Senza entrare nel merito dei ragionamenti di Chomsky, se consideriamo le singole parole come contenitori semantici o polisemantici, possiamo metterle in comunicazione piuttosto liberamente a seconda della nostra capacità di astrazione o della nostra indole poetica o attitudine all’inventiva. In questo lavoro, concepito prima di scoprire la frase di Chomsky, “Colorless green ideas sleep furiously” introduce una fantasia invernale che ha per soggetto gli alti rami degli alberi spogli osservati nel riflesso di specchi d’acqua naturali e artificiali, che fungono da lenti d’ingrandimento e filtri coloranti tramite l’aggiunta materiale nell’acqua di gocce di acquarello. Cadute le foglie è venuta meno la principale componente cromatica: alberi e arbusti, apparentemente normalizzati dai toni bruni di tronchi e rami, mettono a nudo la propria struttura e geometria, spesso compromesse dall’intervento umano. I rami sferzati dal vento evocano in sogno i colori negati dall’arrivo dell’inverno, che ritornano sotto forma di ombre e aloni riflessi, cieli tersi e tramonti infuocati tipici degli ultimi giorni d’autunno.
Margherita Pevere (immagini) & Ivan Penov (musica)
Come sull’acqua, 2009, lavoro audiovisivo, 4′ 54”
Dobbiamo continuare a cercare, vagare, ad andare avanti; andiamo come sull’acqua, senza una via.
Così scriveva Luigi Nono mentre preparava il Prometeo, nutrendo il proprio lavoro creativo del dialogo con Massimo Cacciari ed Emilio Vedova. Andare come sull’acqua è percorrere una via non visibile agli occhi, indicata da conoscenze astrali e dal coraggio di spingersi verso l’ignoto. Il procedere seguendo il nostalgico richiamo del futuro, affidandosi all’istinto e alla sperimentazione, rielaborando il materiale di partenza, è un “tratto compositivo” comune al pittore, al musicista e al filosofo. In tale sperimentare riaffiorano relitti evocativi di un tempo vissuto e di quello ancora inesplorato.
In questo lavoro, nato dal dialogo di suoni e immagini, le visioni emergono sovrapponendosi, mescolandosi, lasciando intravedere, su profondità uterine, fiotti di luci e di tracce umane. I neri e i bianchi, di vedoviana memoria, si scostano per lasciar trasparire cromatismi lagunari.
Lo scorrimento degli eventi musicali viene interrotto da pause interrogative. La sospensione del fluire della musica permette di scoprire nuovi strati, erodendo il suono fino all’impercettibile. Si creano, così, degli addensamenti di energia che si estendono nella tensione verso il puro, verso l’essenziale.
Margherita Pevere
Geschwister, 2009, lavoro audiovisivo, 7’ 02”
Esiste una cesura interiore insanabile, inaggirabile. Non la si può nascondere completamente, tantomeno a se stessi. È una ferita inguaribile, ma da cui trasuda umore generativo. In questo ambiente uterino esso è percorso da forze che lo fanno risuonare come in una cisterna immersa nell’acqua.
Ivan Penov
Deadlock, 2009, composizione audio-visiva (Pal-DV 4:3, stereo), 6’ 00”
Il soggetto umano e immerso in un processo di scoperta e riscoperta di sé, alla ricerca un varco attraverso membrane asfittiche e opache. Di fronte all’immagine di sé, l’indagine sulla visione e sull’ascolto si spinge fino a cercare la soglia di riconoscibilità del soggetto. Si arriva ad estrarne gli elementi essenziali, l’alfabeto percettivo minimo, le informazioni che permettono l’orientamento. Cosi come l’esplorazione del materiale visivo affronta le continue metamorfosi identitarie, tentando di disambiguare l’affiorare di immagini che, apparentemente, si risolvono, i materiali audio scorrono accompagnando questa interrogazione fluttuante senza mai smascherare la sua nuda verità. Il punto d’arrivo svela la natura di questo processo: un ritorno non lineare, e più complesso, allo stato iniziale.
Paola Pisani
Terza Via, 2009, lavoro audiovisivo, 6’ 20”
Omaggio a Camera dell’Eroe, Suzanne in uno stampo di cioccolato (Venere di cioccolato). Maschile, femminile e androgino. Incesto e cannibalismo in Marcel Duchamp di Vettor Pisani. Ripercorrendo alcuni capitoli di Bibbia e Corano e riflettendo sulle diverse mitologie che vedono il rapporto amoroso tra fratello e sorella come uno dei temi più remoti e complessi nella storia psicologica dell’uomo, ho deciso di concentrare la attenzione sui fantasmi dell’inconscio attraverso una lettura al femminile della psicologia dell’uomo, e di analizzare il rapporto con il doppio e con l’incesto focalizzando la mia attenzione sul simbolico particolare di un piede che cerca di infilarsi una scarpetta rossa, simbolo del cuore e del desiderio, che però non è mai della misura giusta. Il video è ispirato anche allo psicanalista J. Lacan e alla sua fase dello specchio: la città che resta fuori con le sue istituzioni dominanti e quello della foresta in cui l’uomo si fa strada tra le sterpi, curioso di capire ciò che teme di desiderare. Per Lacan il rapporto del Pensiero con l’Essere è un rapporto decisivo nella formulazione del processo della conoscenza. L’Io che pensa, il “cogito”, raggiungendo l’unione con il tutto, diventando uno con l’altro e con Dio, è per Lacan solo un Ideale di Io, provvisorio e fuorviante. L’unico modo di situare il “cogito” cartesiano è per Lacan quello di collocarlo sotto la rubrica di ciò ch’egli articola come “alienazione (gli a)”. L’essenza dell’inconscio non sta pertanto nella pulsione, ma nella dimensione del “Io non sono”. Nello stadio dello specchio il soggetto può identificarsi come un “Io”, ma in questo riconoscimento avviene uno sdoppiamento tra il soggetto reale e la sua immagine ideale, con la conseguenza che il senso dell’identità dell’ “Io” si basa su un’alienazione inevitabile, perché sarà impossibile per il soggetto realizzare una riunificazione con l’immagine ideale in cui si rispecchia. Tutto quello che accade nella foresta di Terza Via è il tempo sospeso del sogno, ovvero l’inconscio di un uomo, della sua parte femminile e di un possibile rapporto omosessuale con sua sorella.
Andrea Saba
Videograph, 2009, composizione audio-visiva, 7′ 30″
“Videograph” è una composizione audio-video liberamente ispirata alle pittografie di Sylvano Bussotti e Tono Zancanaro. Si tratta di sette “doppi fogli” in cui a una pittografia di Bussotti sulla sinistra dell’album viene accostata, sulla destra, una reinterpretazione, in chiave figurativa, del pittore torinese. Nella lettura di Zancanaro le figure sono sovrapposte all’originale di Bussotti, caratterizzato, come molte pittografie del musicista, da una astrazione di segni prelevati dalla semiografia musicale: pentagrammi, note, indicazioni dinamiche. Mi sono permesso di unirmi al gioco, aggiungendo un ulteriore strato di esperienze, in particolare di animazione visiva e sonora, alle letture dei due artisti. L’interpretazione musicale che ho realizzato elaborando suoni di violoncello mi è poi servita per generare le maschere di trasparenza usate nel video finale: quando inizia il suono, comincia lo svelamento di una porzione d’immagine che sembra scorrere insieme al suono in punti dello spazio e in direzioni definite, secondo criteri parzialmente random, dall’input sonoro. In questo senso si può dire che la parte visiva sia generata dall’esecuzione musicale.
Ringrazio il violoncellista e amico Nicola Baroni per avermi fatto conoscere queste opere e per avermi fornito larga parte dei campiono sonori, campioni che ho poi elaborato e rimontato secondo una lettura personale. A lui è dedicato “Videograph”.