Alessandro Amaducci

Electric self Anthology

Da questa serie di video ne abbiamo presi 5:

Not with a bang, 2008, DVcam, 5’ 12”

Greetings from Hell, 2008, digital, 3’ 30”

Flesh Paths, 2007, DVcam, 6’ 30”

The web, 2007, DVcam, 7’ 00”

Discussion on Death, 2006, DVcam, 6’ 00”

Il titolo della raccolta, precisa l’autore, ha un duplice significato: da un lato electric self comporta il senso di piccoli lavori in cui il “fai da te” elettronico-digitale è portato ai massimi livelli, dall’altro indica “la volontà di entrare in modo diretto entro una sorta di inconscio elettronico, di caverna di ombre contaminate dalle nuove tecnologie”.
Il mondo di Amaducci, avvalendosi di un immaginario sconfinato, spesso scaturito dai depositi di Internet – da cui si coglie, sottolinea l’artista, la trasformazione del mondo in spettacolo – si tende su corde iperboliche, tra eros e thanatos portati agli estremi, entro scenari di ascendenza gotica, dove il trasformismo, insito nelle potenzialità digitali, contamina ogni cosa. Soprattutto i corpi, in prevalenza femminili, bellissimi, più artificiali che reali, disponibili a mutazioni, che sottendono un disfacimento definitivo. L’idea di morte, di tragiche distruzioni, conseguenti alle guerre di ogni tempo e luogo, una predisposizione all’horror ed aspetti crudeli che riaffiorano da sedimenti mnemonici accumulati nell’inconscio, percorrono questi brevi lavori conferendo loro un imprinting inconfondibile, un marchio ben riconoscibile di seducente decadenza, trapassato dalla più sofisticata tecnologia elettronico-digitale.

“Not with a bang”: tra svariate visioni fumose, planimetrie urbane, una ruota da luna park, case distrutte e ombre che le percorrono, una ragazza azzoppata, con le stampelle e vistose scarpe rosse, si aggira in perlustrazione. Sullo sfondo di continuo scoppi, case che si disintegrano e volano; il girato è in b/n, ma gli scoppi sono colorati, come le scarpe rosso lacca e le stampelle. La ragazza si dissolve, ma ricompare in ombra. Amaducci condensa questo lavoro in una frase: “un fantasma combatte con le sue memorie”.

“The Web”: sulle molteplici immagini da Internet che ossessivamente ripetono movenze da lap-dance si sovrappone un corpo esterno che vi si stende sopra. Ma la Rete con i suoi tentacoli lo imprigiona mentre il sangue scorre sullo sfondo. Il corpo si trasforma e viene risucchiato, sfondando la Rete. Si svela il suo interno; ricompaiono le immagini da lap-dance, la griglia che le incornicia e coordina diviene parallelepipedo trasparente, a sua volta risucchiato.

“The Discussion on Death”: nel continuo iperbolico trasformismo delle immagini, la discussione sulla morte assume i caratteri del mondo digitale, dove il limite, come osserva Amaducci, non esiste più. Sembra che nella metamorfosi incessante, che già portiamo dentro di noi, la trasformazione ultima e definitiva sia assorbita nel moto turbinante della vita e delle cose. Un percorso nel tempo, nella storia, segnata anche dai polittici medioevali che invece di racchiudere immagini sacre contengono corpi femminili in perenne trasformazione; una mobilità ossessiva che si ferma solo di fronte a un bambino con in mano una siringa foriera di morte.

“Flesh Paths”: è il lungo flashback di un suicida, nelle caverne del corpo, nei suoi anfratti, nel rosso della carne, nel lago del suo sangue. In questo scenario dominato dal rosso sfilano figure femminili, statue bloccate, prive di vita, una gran testa femminile, come caduta da una statua che giace nel lago; si respira un’aria mitica, però col segno negativo del sangue, della carne ferita; e poi putti che si moltiplicano, immagini che rimandano a memorie ancestrali…

“Greetings from Hell”: un inferno godibile questo, popolato da splendide creature femminili clonate che intrecciano danze simmetriche tra le fiamme. Cambiando ad un tratto il ritmo e la qualità della musica, incominciano a cadere a suolo ad un ad una, mentre le sopravvissute continuano con eleganza a danzare. Un balletto della morte svolto con glamour e asettica nonchalance e grande sapienza organizzativa.

Robert Gligorov

Mammut, 2009, 10 videoclip

Il progetto Mammut è legato ad una mostra svolta nel marzo 2009 alla Galleria Pack di Milano. È imperniato su di un prodotto che comprende 10 video-clip, costituendo un vero e proprio album musicale di cui l’artista ha curato i testi e la realizzazione video. Si tratta di composizioni musicali con un sound che attraversa svariati generi, dall’hip hop al metal, dal rock al funky, realizzate con l’assistenza di famosi compositori italiani e internazionali come Saturnino, Massimo Colombo, Vittorio Cosma, Steve Piccolo, Jhonny Papa, Gianfranco Forattini. È un’esperienza che l’artista ha voluto fare ricollegandosi ai suoi esordi professionali in qualità di regista di videoclip e disegnatore di copertine per gli album di Sting e dei Bluvertigo. Intende in questo modo soddisfare l’esigenza di ampliare ulteriormente lo spettro già nutrito delle sue esplorazioni linguistiche, che vanno dalla fotografia al video, dalla performance all’installazione. La musica, dunque, al servizio dell’arte, dove le immagini esplosive e metamorfiche dei video, che rivelano una grande padronanza del mezzo, accompagnano e sottolineano le tematiche delle canzoni. Queste affrontano aspetti socio/politici del nostro tempo e si riallacciano ai concetti estremi e spregiudicati, propri della sua produzione artistica. I 10 video-clip sono dunque una dichiarazione di intenti, una visione della vita, della società attuale, dell’arte, da parte di Robert Gligorov, artista di origine macedone, ma da anni trapiantato in Italia. Sempre in prima persona, salvo nel video “La bête”, dove il protagonista è un vecchio moribondo, e in “Arturo” (ex detenuto), Gligorov, amaro e sconcertante, evidenzia nel sound e nelle parole il suo giudizio negativo su di un mondo (ivi compreso il cosiddetto “sistema dell’arte”) che riconosce ormai come unico valore il denaro. Una carrellata incisiva di immagini che sfruttano appieno le potenzialità trasformistiche del digitale – dal ritmo sempre serrato, nell’alternanza del bianco/nero e del colore – che sciorina, in diretta, le problematiche di un tempo distorto e degradato, vita e morte oggi, terrorismo, vanità (“diventare famosi anche per un solo giorno, vedere il proprio nome in cornice al cine”…) sesso, malattia… “a due passi dall’orrore”, urlando con rabbia sopra una macchina in corsa sull’autostrada. Il tutto con grande stile, controllo e senso della misura sia nel percorso visivo sia in quello sonoro.

PierPaolo Koss

De-composizioni sommarie, 2003, DVD, 18’ 00”

Composizioni sommarie, 2003, DVD, 15’ 00”

New Eden “green”, 2006, DVD, 11’ 00”

Ibrid-azioni, 2003, DVD, 10’ 00”

New Eden “pink”, 2006, DVD, 11’ 00”

I video di PierPaolo Koss fanno parte per lo più di mostre personali o di presentazioni di complesse operazioni artistiche, dove il video è una parte del tutto. Tuttavia con una sua autonomia capace di rendere l’idea della personalità composita dell’artista, performer, coreografo, regista, per il quale il corpo è il perno centrale della sua ricerca e della sua espressività.

“De-composizioni sommarie” appartiene alla mostra personale al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, dove con grande sapienza ed eleganza racconta in b/n di violenze storiche e quotidiane sul corpo, una “summa” evocativa di un olocausto inesausto e inesauribile, utilizzando anche spezzoni di filmati storici o frammenti di spettacolari performances. Un racconto di dolore, epico, rafforzato da un linguaggio terso che si universalizza nella bellezza.

“Composizioni sommarie” invece – che pure ha fatto parte della stessa mostra – e nel cui titolo è concentrata l’ironia, visto l’argomento proposto, in contrapposizione al precedente, è frutto di una fortunata avventura, avvenuta nel 1992, quando l’artista, infilandosi nella rappresentanza italiana di una delegazione europea nella Corea del Nord in occasione di un convegno dell’Unesco, è riuscito a varcare i confini di un paese sbarrato a tutti, documentando le incredibili corpografie celebrative di un potere folle, quello del dittatore Kim Il Sung e di suo figlio, fuori dal tempo e da ogni motivazione sociale nonostante l’autocelebrata matrice comunista. Per le corpografie vengono utilizzate decine di migliaia di persone come pixel (trasferite anche nelle spettacolari performances olimpiche dell’est asiatico) per comporre lo schermo vivente che fa da sfondo alle esibizioni di altre migliaia di individui volti a rappresentare una falsa quanto stucchevole felicità. Il resto del paese invece langue in una situazione di gulag universalizzato, tagliato fuori da ogni condizione di vita degna di questo nome.

Il video “Ibrid-azioni”, realizzato per la presentazione alla Mars Gallery di Mosca, è un susseguirsi di immagini, forme, colori cangianti che s’intrecciano, sovrappongono, ibridandosi appunto. Vi compaiono simboli significativi come la croce, l’occhio, un corpo femminile rigato di sangue (ancora violenza dunque) e nella fantasmagoria di forme e colori s’individua un po’ per volta l’immagine di Koss, con una gran gonna bianca, di forma singolarmente quadrata alla base, che gira a mo’ di derviscio. Il movimento, la danza dunque, il performer che la vive e la trasmette all’osservatore.

“New Eden”, qui presentato nelle due versioni green e pink, è stato realizzato per la presentazione al Moscow Modern Art Museum, a Mosca, nel 2006. È un video che in diverse versioni cromatiche riprende la performance live di un Eden aggiornato al III millennio. Esaltazione ancora del corpo attraverso la coppia di Adamo ed Eva, dove Adamo è un nero; entrambi inseguono miriadi di mele tentatrici appese, o stivate a terra, giocano con candidi conigli, secondo ritmi alterni, ora bucolicamente pacati, ora freneticamente accelerati, all’interno di un’oasi d’erba e frutta, circoscritta da tubi fluorescenti, in bilico tra natura e artificio. Si offrono, nudi, allo sguardo di un pubblico sorpreso.