Angelo Pretolani

Sotto il selciato c’è la spiaggia, 2009, DVD, 2’ 00”

L’artista svolge delle piccole ma reali performance quotidiane su “facebook”, che ha deciso di chiamare “Sotto il selciato c’è la spiaggia”, ispirandosi al titolo del film di Helma Sanders del 1975, a sua  volta tratto da uno slogan del maggio francese.  Qui Angelo riprende con la videocamera il lavandino della cucina; l’acqua lo riempie lentamente, lo scarico è ostruito. Copre l’obiettivo con una garza. Lancia nell’acqua 13 foglie di eucalipto, una alla volta, sono dipinte di bianco e sembrano lune. Cioè Angelo, riducendo l’entità delle azioni (che contengono tuttavia significati, rimandi e valenze anche poetiche) e ripetendole, sempre diverse, ogni giorno, per adeguarsi all’attualissimo strumento oggi imperante su internet che è “facebook”, ribadisce l’irriducibile aspetto performativo del suo lavoro. E si apre al mondo.

Bruno Muzzolini

Disco Drum Machine, 2009, Full hd video, 5’ 44”

In uno spazio circoscritto da un piccolo palco precario un uomo balla da solo con irrefrenabile energia ascoltando la musica con degli auricolari. Il ritmo è sottolineato dallo scalpitio sul palco di legno e dalla musica che si percepisce in modo fluttuante e irregolare.

Wolf, 2009, DVD, 4’ 40”

Un lupo, ripreso allo zoo di Tirana, rimane immobile tremando con la coda tra le gambe, per uno spazio di tempo insopportabile. Rimanendo lì immobile, scosso da leggeri tremiti, ci pone in una condizione scomoda e quasi intollerabile di spettatori impossibilitati ad intervenire in qualunque modo. Muzzolini ci ha abituato, anche con il video presentato l’anno scorso a Catodica “Animaecore”, a questi assoli dove un protagonista, sia esso persona o animale, ci pone di fronte a una sua particolare situazione, da lui intensamente vissuta, obbligandoci in qualche modo, anche nella nostra impotenza come nel caso del cane, alla partecipazione.

Giordano Rizzardi

Memory, 2009, DVD, 2’ 30”

È un viaggio all’interno del cervello, molto esplicito e diretto. Un cervello vero e proprio viene infatti collegato con due pinze elettriche ed un PC. Dopo una breve visualizzazione a neve del computer e la comparsa di un orologio – la scansione implacabile del tempo è un tema ricorrente nel lavoro di Giordano Rizzardi – si entra in un mondo ovattato e sfocato, dove delle bolle pulsanti si muovono (il labirinto della memoria?) finché tutto viene assorbito in una massa scura al centro che scompare e riappare, dilatandosi in una pulsazione esasperata per sparire alla fine con un sibilo tagliente. Una perlustrazione immaginifica e fantasiosa, pur con parametri all’apparenza scientifici, inseguendo i sentieri della memoria.

Time, 2009, DVD, 2’ 00”

È l’ossessione del trascorrere del tempo. Con immagini e parole Rizzardi condanna un tempo che “scarnisce, dissacra, genera… moltiplicatore di sé, servo del suo ego” un tempo che “deteriora il silenzio…”. Un tempo che impazzisce con paurose accelerazioni assalendo l’umanità, costringendola a ritmi impossibili… Un riflesso enfatizzato del modus vivendi della società attuale, visualizzato con un uomo rannicchiato su un lettino, scosso da tremiti, in un ambiente bianco, asettico, circondato da diversi orologi disposti ovunque, che scandiscono il tempo anche all’indietro, nell’accezione dispotica ed arbitraria di un “tempo” padrone assoluto ed egoico.

Annalisa Cattani

Puer Senex, 2009, DVD, 2’ 00”

È l’angelico bimbo dell’artista, 5 anni, che mette inconsapevolmente in discussione l’estetica post-moderna. Cita, divertendosi, e facendo sorridere l’osservatore, Derrida, Merleau Ponty, Vattimo e proverbi saggi che creano – sottolinea l’autrice – un ossimoro visivo che richiama il puer senex dell’iconografia antica, in cui Gesù bambino metteva in scacco i dotti. Allo stesso tempo evidenzia l’utilizzo attuale dell’infanzia sempre più scanzonato.

Guillermo Giampietro

Benny Hill Codex, 2009/10, DVD, 10’ 00”

“Benny Hill Codex” è la terza parte di una trilogia (le altre due – “Tip Tap” e “Index” – sono state presentate nelle precedenti edizioni di Catodica) chiudendo così un percorso concettuale e tematico. In “Tip Tap” si lavorava sul contatto immediato e puro tra la parola e l’immagine, in “Index” sull’accumulazione di informazione visiva e sull’impossibilità di contenerla in una forma, in “Benny Hill Codex” si tratta dell’elaborazione di un codice, una logica formale che si scontra con se stessa, nel percorso inverso dell’autoderisione. L’opera si presenta dunque chiusa in un cerchio, gira su se stessa come un cane che si morde la coda. Nella prima parte, prendendo spunto da testi di E. Husserl sulla logica formale e la logica trascendentale, si svolge una narrativa dove si intrecciano immagini, parole, segni grafici, secondo una morfologia astratta. Nella seconda, a partire dall’introduzione della sigla musicale del programma comico di Benny Hill (da cui il titolo), che regge poi tutta la sequenza successiva, il racconto acquista un ritmo frenetico, seguendo quello della musica, e, di conseguenza una dimensione assurda.

Elisa Zurlo

Sonata XM24, 2009, DVD, 3’ 58”

È una sonata muta, fatta di corpi che pulsano, creano un ritmo, un andamento musicale. Sono trapassati dalla luce, resi trasparenti ed incorporei, creano un movimento corale in continua trasformazione, un respiro che li accomuna ed accorpa. Alla fine, dal gruppo esce una figura, piegata su se stessa, come gli altri. Non mostra il suo volto. L’obiettivo si fissa su di lui, è un eletto, il corpo/testa, come un nodo unico, avanza. Nella metamorfosi incessante perde man mano i connotati. Diviene una massa informe che s’identifica con la luce.

Hetain Patel

Raga Erhu, 2007, DVD, 5’ 35”

È la contrazione di una danza rituale indiana che anticipa il video “Kanku Raga” visionato l’anno scorso. Rappresenta un linguaggio particolare dove il corpo, il ritmo, il suono e la parola compongono un tutt’uno, sovrapponendosi l’un l’altro in una comunicazione complessa. Tutti questi elementi s’aggregano ordinatamente secondo un progetto predeterminato, sfociando in una sintesi sono-gestuale di pregnante efficacia, creando una danza sonora (e i suoni sono quelli provocati dalle mani e dalle voci dei performer) dove i gesti sferzanti lasciano sulla pelle tracce vermiglie, che chiaramente simulano il sangue. Anche il colore, cui i performer attingono da un vassoio collocato al centro dello spazio, contribuisce a costruire questo splendido intreccio linguistico, in cui protagonista è il corpo. La body-art dunque in una prospettiva rinnovata ed arricchita non solo dalle combinazioni linguistiche, ma dalla sacralità da cui è pervasa.

Gerlinde Helm

Temporary Extension, 2009, miniDV, 3’ 57”

Il video si snoda su due diversi piani; la schermata è sempre doppia. A sinistra prevale l’immagine di una finestra che viene aperta da alcune persone, ma subito risucchiata dal trasformismo incessante che alimenta tutto il video. Dall’altra parte svariati spunti del quotidiano, visioni urbane, strade e persone che le percorrono (la visuale dalla finestra?), però subito sottoposte a sdoppiamenti speculari e ad altre evoluzioni permesse dal digitale, divenendo immagini fantastiche in un caleidoscopio senza fine. La struttura cubica che spesso contiene le immagini in coppia, delinea una terza dimensione in cui sembrano sprofondare le forme in perenne movimento. Il titolo “Temporary Extension” risulta appropriato, nel senso che le immagini così proposte, si dilatano, oltrepassano, nello scorrimento temporale, il loro limite naturale.

Gika Witt

Skyline, 2007, DVD, 5’ 01”

Contro un campionario di grattacieli che sembrano usciti dai migliori studi d’architettura del mondo, allineati sullo sfondo, irreali perché disegnati e isolati l’uno dall’altro in uno spazio vuoto, si snodano macchine e persone che transitano per la strada. Queste reali, sostenute dal rumore tipico di una strada urbana trafficata, ma proposte, assieme alle macchine che sfrecciano davanti, in una versione sgranata che le riduce a ombre fluttuanti. Gika Witt gioca sull’ossimoro consistente nel fatto che l’irreale – un autentico skyline stile Manhattan – ha una fisonomia puntuale e definita, mentre il reale risulta ambiguo e sfuggente.

Alessandro Mancassola & Barbara Ceriani Basilico

Roye Lee, 2008, DVD, 8’ 25”

È un omaggio al leggendario Roye Lee, grande cantante e compositore americano, che da star (vicino a Frank Sinatra, ha cantato con Elvis Presley, amico di Hemingway) è divenuto clochard di via Torino nel cuore di Milano. Gli artisti lo hanno incontrato proprio lì e sono venuti a conoscenza della sua storia incredibile. Dopo 35 anni di vita da barbone, è tornato per uno stage all’Out Off di Milano, da solo, con i suoi blues e le canzoni country. Questo ritratto che gli artisti gli hanno dedicato è un frammento dello show. Il musicista ultrasettantenne canta con straordinario vigore trasmettendo intense emozioni. Va sottolineato che il video – che riprende sempre l’anziano artista in primo piano, nel suo aspetto inconfondibile con il gran barbone d’argento e, in questo caso, accurato nell’abbigliamento scuro – è condotto molto bene, con grande raffinatezza formale, con intensi effetti luministici, di ascendenza quasi caravaggesca, ricavandoli dal contorno buio del teatro.

Monica D’Alessandro

Lume composito, 2009, DVD, 7’ 00”

Da una vetrata chiesastica rotonda s’intravvede il mondo. Ossia al di là della finestra, suddivisa in quattro comparti, compare la colorata realtà quotidiana rappresentata dalla riproduzione di spot televisivi, che ci assalgono ad ogni ora, accompagnati dai relativi slogan illustrativi: un cicaleccio babelico cui si contrappone il nero che attornia il tondo vetrato e soprattutto il canto corale, che si eleva dallo spazio sacro. Su di esso sgorga un canto monodico femminile. Un alternarsi di mondanità e di spiritualità suddiviso dal diaframma della vetrata, di là la luce del mondo materiale, la sua caotica confusione, di qua, nel raccoglimento di uno spazio consacrato, la possibilità di ritrovare lo spirito con l’aiuto di un canto che sale dal sentire più profondo.

Gruppo Sinestetico

Matteo Albertin, Antonio Sassu, Gianluca Scordo, Torreglia (PD)

Anche le parole uccidono, 2008, DVD, 1’ 00”
Il Gruppo Sinestetico, affermano i protagonisti da cui è costituito, “si propone in ‘maniera sinestetica’ cioè utilizzando, sia nella performance, nell’azione, nell’immagine, e nel contatto/contagio, quindi utilizzando video, foto e video-installazione. Già il nostro manifesto (1999 anno di fondazione) ha una precisa lettura e una attenta visione del proporci in maniera sinestetica, con il coinvolgimento di tutti i 5 sensi e, ovviamente, anche del ‘sesto senso’. Presentiamo e mettiamo a confronto l’uomo e la sua quotidianità, esaltandone le virtù o denunciandone gli abusi e le prepotenze”.
“In “Anche le parole uccidono” affrontiamo la problematica della parola, quindi attraverso la poesia visiva presentiamo un messaggio che ha due interpretazioni, la guerra, la soppressione, la morte. La ‘parola’ decisionale in questo senso ha proprietà di morte tanto quanto lo può avere un kalashnikov”. Con un’azione fulminea di pochi minuti gli artisti attuano questo concetto; da una parte colui che scrive le “parole”/proiettili su una macchina – il cui ticchettio suona come il rombo di una mitragliatrice -  dall’altra il pubblico, rappresentato dai performer, che ad uno ad uno cadono colpiti.
“Anche le parole uccidono” viene presentato a Catodica sia come performance live che in video.

Mark Pozlep & Jasa

Time To Become Poets, 2009, DVD, 7’ 58”, una coproduzione La-Vitrine, Francia

Il video “Time To Become Poets” degli artisti sloveni Mark Pozlep e Jasa documenta il periodo della loro residenza a Marsiglia, che è stato impiegato in un processo creativo manifestatosi nei duecento metri quadrati dello spazio della galleria. In pratica hanno agito in un teatro abbandonato utilizzando le attrezzature e quanto vi è rimasto, revitalizzando lo spazio con interventi frammentati che rispecchiano momenti di esperienze e vissuti proposti con enfasi ed esasperazione. Ne è venuto fuori un lavoro legato a quel luogo che nel contempo si è animato di nuova vita. L’articolata installazione è diventata un organismo vivo di ricordi, un labirinto di associazioni, suoni e immagini, dove compaiono simboli distrutti all’istante, come la croce che esplode subito all’inizio del video, ribadendo il concetto di frammentazione che governa tutta l’operazione. Sta poi allo spettatore ricollegare i frammenti in un tutto unitario, attraverso l’osservazione ed un’attenta esplorazione.

Rebecca Agnes

An unbroken line, 2009, video d’animazione, 3’ 47”

Anomalo video questo di Rebecca Agnes, sempre tuttavia nutrito con le deliziose immagini in animazione (delicati baccelli, elementi naturali nell’accordo preferito rosa/verde/marrone) che fanno da supporto ad un elenco di calamità abbattutesi sulla terra da tempi remoti ad oggi, con relativa estinzione di numerosissime specie, soprattutto nelle età preistoriche. Disastri naturali, malattie che hanno provocato decessi in massa, dalla peste bubbonica all’AIDS, guerre. Una linea continua ininterrotta che da sempre ha travagliato l’umanità.

Lucio Perini

Tertium non datur, 2009, DVD, 2’ 46”

Oltre il sogno, riconoscersi nel reale, nella violenta banalità del quotidiano. Senza alternative!? Così afferma l’artista come commento al suo lavoro : tertium non datur. Il viso di una ragazza in una vasca, in b/n; che assapora il piacere dell’immergersi. Subentra poi una sequenza, sempre in b/n, di corpi femminili che languidamente s’intrecciano: bellezza, amore, sogno. Nella terza fase ritorna la ragazza nella vasca, questa volta a colori: è la realtà. Si avvicina una mano maschile che brutalmente cerca di schiacciarla sott’acqua, di strangolarla; la ragazza si divincola, si difende, lotta, riemerge, spruzza fuori l’acqua. Il video s’arresta sulla scena di violenza, senza concluderla. Non c’è alternativa? Tertium non datur? O sogno fuori dalla realtà o violenza dentro la realtà di ogni giorno?

Iva Kontic

There far Away, 2008, DVD, 4’ 00”

Blue Train, 2009, DVD, 6’ 00”

Balkan Flambé, 2009,  DVD, 2’ 00”

L’artista serba produce dei video che sono intimamente legati alla realtà, alle travagliate vicende storiche dei paesi balcanici, alle loro tradizioni.

Il primo, “There Far Away” è suddiviso in due parti. La prima ci introduce in una casa di riposo dall’arredo piuttosto datato, popolato da diverse persone anziane, sedute attorno ad un tavolo con una grande vetrata sullo sfondo. Sono stanchi ma desiderano cantare e scelgono un canto popolare della loro gioventù. Per farlo devono affrontare i limiti della loro forza fisica e della memoria, sono persone di origini diverse, e non tutti appaiono interessati alle connotazioni politiche del loro repertorio. La videocamera infatti esplora, impietosa, i personaggi mentre cantano, cogliendo le diverse espressioni, spesso incantate o addirittura addormentate. Come se gli eventi passati legati alla loro realtà sociale e politica non avessero per loro più significato, presi soltanto dal piacere di poter ancora ricordare e cantare quelle canzoni. La seconda parte ci trasporta in un altro ambiente, nella casa dell’autrice a Londra, in una veranda luminosa in cui lei stessa è intenta a leggere un testo sui canti popolari balcanici con relativi legami storici – che è poi il tessuto storico vissuto dai personaggi precedenti – in particolare alle guerre che hanno scosso quei paesi. La lettura e le informazioni sono frammentate; il tentativo è di introdurre lo spettatore al background storico-culturale della scena precedente, investigando la possibilità di creare un accesso più profondo complesso ad una dimensione contestuale meno ovvia, nascosta e arbitrariamente presente.

In “Blue Train” abbiamo pure uno sdoppiamento, questa volta è una doppia immagine che si svolge all’unisono. Da una parte un treno che viaggia di notte (partendo da Belgrado), inquadrando da un finestrino il paesaggio che scorre all’esterno, dall’altra una sequenza di immagini urbane nello splendore diurno, non foto, disegni architettonici, alternati in b/n e colore, una città immaginaria dunque, che sembra configurare un’aspirazione alla pace e al benessere. l video prende il nome “Blue Train” dal treno di lusso dell’ex presidente della ex Iugoslavia J.B. Tito, che venne popolarmente nominato “treno azzurro” per il suo colore, considerato anche il colore nazionale. Costruito subito dopo la seconda guerra mondiale, con il treno azzurro Tito aveva fatto più di trent’anni di continuo “tour” per il paese, visitando e facendo discorsi pubblici in quasi ogni città, fino alla sua morte. “Mettendo a confronto il realismo di un paesaggio notturno e l’immagine fittizia di un paesaggio immaginario, “Blue Train” – precisa l’artista – vuole creare uno spazio fatto di dicotomie e di sovrapposizioni tra i reale e l’ideale, tra l’esperienza intima e l’immaginario collettivo, tra il qua e ora della realtà e il continuo spostamento nella condizione passata.”

“Balcan Flambè” è un video stringato, divertente ed ironico, che rappresenta la versione pesantemente balcanica di un piatto, di solito impiegato nelle cerimonie, dal nome delicatamente francese.

Bibi Agosto

Veleno, 2008, miniDV, 2’  46”

L’interesse di Bibi Agosto per l’espressione corporea e la gestualità deriva da una sua importante esperienza teatrale come attrice e performer. La sua ricerca artistica coinvolge le persone ritraendole in un modo il più possibile delicato, mostrando la timidezza e la generosità dei soggetti davanti alla videocamera. L’artista riflette anche sul mezzo, la riproduzione cinematografica come strumento per raccontare il visibile e l’invisibile, il rapporto tra suono, movimento, immagine. “Veleno” si rifà all’estetica del video-clip e il brano musicale scelto in questo caso è Veleno Mortale, cantato in italiano dalla band statunitense Old Time Relijun. Tra la primavera e l’estate del 2008 l’artista ha contattato varie persone di diverse nazionalità, disposte ad improvvisare davanti alla videocamera una danza al suono in cuffia di Veleno Mortale. I luoghi della ripresa, scelti come in un set cinematografico, alternano l’immobilità del mare di Grado e la città di Berlino nella sua continua trasformazione. Il lavoro indaga il gesto corporeo improvvisato in luoghi non deputati alla danza. Il soggetto/danzatore si relaziona al luogo specifico e ne diventa parte, a volte anche scomoda. Il suono è udibile sia dallo spettatore che dai protagonisti in cuffia, quasi come una sorpresa.

Cecilia Donaggio

Linguaggiomacchina, 2008, DVD 4’ 42” (pubblicato nella compilation “Rosa Napoletano 2”-Tam Tam)

È un video che con un linguaggio tecnicamente agguerrito – dove immagine e suono sono in perfetta simbiosi, snodandosi in un ritmo frizzante e coinvolgente – narra della nostra società, dell’arrivismo, dell’egoismo, del menefreghismo che la contraddistingue. Un pamphlet o un implicito j’accuse attraverso un linguaggio da terzo millennio, pigiando sulla satira. La canzone “Penso a me solo a me” de  “L’Officina Binaria” (che ha redatto pure i testi) ne dà l’esatta dimensione, corroborando anche gli altri slogan che attraversano l’opera, come la necessità del successo personale, anche a scapito degli altri, l’obbligo di vincere “altrimenti sei una nullità”, vincere e “non partecipare”, anche se ciò comporta, nel generale degrado dei valori umani e del pianeta, una notevole riduzione dell’efficienza fisica, un degrado della salute… Il futuro infatti ci riserva un modus vivendi poco entusiasmante, costretti in tute antinquinamento antiradiazioni…

Third Area, 2005, DVD, 5’ 40”

È in sostanza una danza sinuosa realizzata dalla flessibile, ondeggiante Sara Alzetta, sostenuta da una musica particolarmente affascinante (“Unsolved Remeined” di Masha Qrella, artista Morr Music), ambientata in diversi luoghi di Trieste. Non ambientazioni semplicemente naturalistiche, ma lette attraverso le peculiarità metamorfiche del linguaggio digitale, spesso il mare, entro cui si esaurisce l’ultima sequenza, ma anche un velivolo che scoppia alle spalle della performer. Cioè quella libertà fantastica di narrazione, di sovrapposizione, di incastro e trasformazione che assembla nel contempo tante cose, riferimenti, associazioni… una libertà tipica del mezzo elettronico/digitale, sapendolo usare con sapiente padronanza, come sa fare Cecilia Donaggio. È alla fine ancora un’esaltazione del corpo, della sua mobilità ed espressività, in una sfera dilatata, universale.

Lucia Flego

Identity, 2009, DVD, 4’ 10”

Le grandi città americane, con il loro ritmo frenetico, hanno accolto persone di diverse etnie che si sono più o meno bene inserite in questo nuovo contesto sociale, rivendicando però la loro identità. In questo video alcuni “indiani” scacciati dai loro territori, sentono ancora la loro appartenenza originaria e pertanto Crow, Cheyenne, Arapaho, Sioux, Arikara… si riuniscono periodicamente con cerimonie, canti e balli rappresentativi per non dimenticare le loro tradizioni e le loro origini. Il suono del tamburo invece sta a significare il battito del cuore della gente indiana. Per un paio di giorni cercano di lasciarsi alla spalle le grandi città in cui vivono, anche se queste ormai sono parte integrante della loro identità e non possono sottrarsi alla realtà del presente. Tutto ciò può sembrare distante da noi e che forse non ci riguardi, ma noi tutti prima o poi dobbiamo fare i conti con il nostro passato, che rapportato al presente, ci permette di migliorare la nostra condizione umana.

Daniela Michelli

La sirena Loreley, 2009, DVD, 3’ 43”

Il video si rifà alla performance realizzata dall’artista nel 2005 nell’ambito del progetto “Specchio d’acqua 2” lungo il Canale di Ponterosso a Trieste, promosso dal Gruppo 78. È una revisione di quel mito – la sirena del Reno che dalla sua rupe adescava i marinai per poi condurli a morte sicura – letto attraverso un susseguirsi di opere dell’artista, in qualche modo legate a quel mito, che si intravvedono attraverso primi piani d’acqua scrosciante. La vera protagonista del lavoro è infatti l’acqua, mobile e cangiante – dimora della sirena – che tutto avvolge e permette anche un diverso approccio alle opere da essa nascoste. Esse appaiono sgranate, fluttuanti, pervase di quella magia che attraversa tutta la breve narrazione video, anche in virtù di una musica sfocata, sussurrata, a strappi (il video procede infatti per interruzioni), una vera e propria musica della seduzione che sembra provenire da altri mondi misteriosi.

Laura Malacart

Mi piace, 2008, DVD, 13’ 54”

È la documentazione di una performance durante una falsa prova di canto in cui il corpo della cantante è progressivamente costretto a registrare i cambiamenti della propria voce. Il girato, con pause, interruzioni, ogni tanto immagini fisse, lascia un’ambiguità sull’esatta natura dei momenti presentati, come una raccolta diversificata di documenti visivi che suggeriscono una possibile storia. “Mi piace” è una frase estrapolata dall’aria popolare “O mio babbino caro” che, su richiesta della regista/artista, viene ripetuta infinite volte, con modulazioni e intonazioni sempre diverse e con continue interruzioni. Ad ogni ripetizione il corpo della cantante subisce delle costrizioni, non visibili al pubblico, a partire dalla caviglie (con cui inizia il video), per poi salire verso le parti alte del corpo. Il film, che si sviluppa quasi a fatica, tra b/n e colore, tra primi piani fissi e vuoti, con parziale veduta dei corpi delle due donne, in pratica focalizza due punti nodali: la voce, le sue potenzialità e modificazioni conseguenti alle indicazioni della regia (la Malacart) e il rapporto cantante/regista-artista. La trama narrativa del film insiste infatti soprattutto sulla relazione tra le due protagoniste. La frase isolata “Mi piace” enfatizza la natura del piacere, delineando un gioco masochistico e di desiderio implicito nella conduzione della performance, nella capacità della cantante da un lato e a vantaggio dell’osservatore dall’altro. Il video trae la sua forza dalla contingenza di un evento improvvisato (nello sfondo si sentono voci fuori campo che non ci si preoccupa di eliminare rispetto al primo piano), in cui viene enfatizzato il livello di controllo da parte della performer nei confronti della regista. Alla fine la cantante chiede spontaneamente di cantare senza voce (in sordina).

Maurizio Goina

Il suono di una mano, 2009, DVD, 4′ 01”

In uno dei racconti della tradizione Zen si narra di un maestro che propone ad un discepolo il seguente koan: “possiamo udire il suono di due mani che battono l’una contro l’altra, ma quale è il suono di una sola mano?”. La suggestiva idea del suono prodotto da una mano è lo spunto iniziale da cui prende forma il video “Il suono di una mano”. Gesti semplici di una mano si susseguono con lo scopo di trovare un suono “vero” per ognuno di essi, un suono che dia cioè un significato forte ad ogni singolo gesto che viene articolato. L’oggetto gestuale viene così a formare un unicum con l’oggetto sonoro ad esso abbinato, costituendo una nuova unità elementare, una sorta di oggetto audio-gestuale. Lo sviluppo formale si articola a partire da tali unità elementari, e si sviluppa principalmente sul piano musicale, grazie soprattutto alla valenza ritmica sia della componente sonora che di quella gestuale. I materiali sia visivi che musicali sono stati elaborati digitalmente in modo da conferire loro un certo grado di astrattezza, per ottenere più facilmente combinazioni audiovisive inedite, restando allo stesso tempo riconoscibili così da poterne sfruttare anche la componente simbolica.